La
cicatrice di Dirt
Quella sera la taverna "AllElfo
Roscio" era stranamente silenziosa, e, credetemi, era strano che fosse silenziosa;
tutti gli avventori erano raccolti in una parte della sala intorno a un vecchio nano di
nome Dirt dagli occhi color dellacciaio e dai vestiti consumati a cui la birra aveva
regalato una certa loquacità.
Era sfregiato da una cicatrice larga almeno 4 centimetri e lunga quanto tutta la
guancia, su cui la barba non cresceva più, unascia da battaglia ammaccata era
appesa sulla schiena e le sue mani ruvide giocavano con la lunga barba bianca mentre
parlava.
"E così mentre mi trovavo in mezzo al campo di battaglia
insieme a un solo compagno con davanti almeno dieci guerrieri goblin inferociti mi girai e
dissi: <Hai qualche idea?>
E lui: <Io no e tu?>
"<Be circondarli lo escludo!!!> E mi girai verso i
goblin ridendo come un kender. Forse fu proprio questo a spaventarli così tanto da
fuggire!!!"
Tutta la taverna scoppiò in una fragorosa risata.
"Dai vecchio raccontacene unaltra!" lo
apostrofò un giovane umano seduto in fondo.
"Vecchio!?! A me?!? Ehi ragazzino questo vecchio può ancora
ridurti a una poltiglia molliccia!" Si alzò per dare forza alle sue minacce
ma ricadde barcollando sulla sedia.
Nuovo scroscio di risate.
Aveva parlato parecchio quella sera, della sua gioventù, della sua vita da mercenario,
delle battaglie, delle risse da taverna e delle sbronze colossali, soprattutto perché ad
ogni nuova storia gli veniva offerto un nuovo boccale di birra, e la locanda aveva riso
allegramente a ogni storiella, si era emozionata a ogni scontro e rattristata alla morte
di ogni compagno del nano, ma ancora non aveva raccontato come si fosse fatto quella
cicatrice.
Quando decise di andarsene a dormire il disappunto dei presenti fu notevole, tutti
volevano unultima storia.
"E presto per andare a dormire perché non racconti
ancora?"
Un giovane nano si era alzato per bloccargli la strada verso luscita.
"Non ho più storie da raccontare
" disse con
unaria stanca.
"Non è vero nano, non ci hai ancora raccontato come ti sei
fatto quel ricordino!"
A quelle parole il nano si accigliò e frammenti di memoria che era riuscito a spostare in
un angolo dimenticato della sua mente riemersero improvvisamente.
Fu scosso da un brivido che gli percorse tutta la spina dorsale e gli occhi si
spalancarono per un momento come se fosse in preda al panico.
"Dai vecchio ti offriremo ancora da bere se parli!"
Tutti i presenti annuirono allegri a quelle parole convinti che ciò sarebbe bastato a far
cambiare idea al nano e per un attimo tornò lallegria nella sala.
Con aria truce il nano cominciò a parlare.
"Va bene
tanto ormai ho ricordato ciò che avevo
scelto di dimenticare
Ma vi avverto non vi piacerà!"
Tornò il silenzio, tutti volevano ascoltare la storia di quel vecchio nano dallaria
triste, e persino loste, che perbacco di storie ne aveva sentite, si avvicinò per
sentire meglio.
"Era sera e tornavamo carichi doro da una missione
affidataci da un nobile di basso rango;"
Gli avventori esultarono alla parola oro ma una occhiataccia di Dirt bastò a riportare il
silenzio.
Nessuno osò più interromperlo.
"La città era lontana più di 10 miglia e la nebbia ci aveva
ormai circondato, decidemmo di accamparci. Dopotutto cosa poteva spaventarci? Eravamo
usciti indenni da ogni sorta di pericolo o avventura che ci fosse mai capitata.
Eravamo tre: un mago dalle vesti rosse, Dajog, i cui incantesimi ci avevano salvato
la vita più di una volta, un possente guerriero umano, Boldun, la cui spada aveva ucciso
più di un nemico prima ancora che capisse cosa stava succedendo, e io.
Naturalmente eravamo felici per il buon esito della missione e per le ricchezze
racimolate, e ci accampammo tranquilli.
<Ehi Dirt cosa farai con la tua parte? Io penso che mi comprerò
una locanda e unarmatura nuova e pagherò un paio di belle ragazze per festeggiare
alla grande il successo!> Detto questo Boldun ricominciò
a pulire e lucidare la sua cara spada.
<Tu e le tue donne
prima o poi ti farai ammazzare per una
donna, io con la mia parte comprerò una casetta ai margini di Thorbardin per quando
andrò in pensione
>
<Un momento che non devessere molto lontano viste le rughe
che ti ritrovi
> Era stato Dajog a parlare e ora sia
lui che Boldun ridevano sotto i baffi aspettando la mia reazione, che naturalmente non si
fece attendere.
<Brutto prestigiatore da quattro soldi come ti permetti? Io sarò ancora sul campo di
battaglia quando i tuoi nipoti verranno a trovarti e ti porteranno un po di zuppa
perché non potrai masticare più niente dopo la lezione che ti darò!!!>
Scoppiammo tutti e tre in una sguaiata serie di risate e cominciammo preparare la cena.
Dopo cena stabilimmo i turni di guardia, nonostante la zona non fosse pericolosa perché
rischiare? Il mago fece il primo, io il secondo e Boldun il terzo, o almeno avrebbe dovuto
fare il terzo
A metà del mio turno di guardia successe lirragionevole.
Scese il silenzio, nessun rumore proveniva più dal boschetto che ci circondava,
nessun fruscio, nessuno squittio.
Mi accorsi che qualcosa non andava: <Boldun sveglia Dajog e cerca di fare meno
rumore possibile cè qualcosa di strano nellaria.>
<Non è possibile, ogni volta che è il mio turno di dormire
succede qualcosa! Forse dovrei provare a farmi togliere il malocchio!> e continuando a imprecare si avvicinò al mago e con un ovimento brusco lo
svegliò.
<Già mattina? Mi sembra di non aver dormito nemmeno un paio
dore!> Dajog si lamentava sempre quando veniva
svegliato, ma dopo pochi secondi capì e fu subito pronto allazione.
Poi lo vidi.
Grazie alla mia acuta vista al buio riuscii a scorgere una figura indistinta,
pensai che indossasse un mantello, che si avvicinava a noi.
<Ragazzi tenetevi pronti arriva da ovest.> Sussurrai.
Bastò un occhiata e ci schierammo,eravamo pronti a riceverlo qualunque intezioni avesse:
Boldun con la spada già pronta, Dayog con le parole di un incantesimo offensivo che gli
salivano alla mente, e io con la mia fedele ascia da battaglia.
Appena fu visibile alla luce del nostro fuoco fummo paralizzati per un attimo
increduli di quello che vedevamo.
Una creatura si librava a cinquanta centimetri da terra e un mantello scuro, che
gli si agitava intorno quasi come se fosse sorretto da una corrente ascensionale, gli
copriva copletamente il corpo rendendo visibili solamente degli artigli lunghi più o meno
sessanta centimetri, che uscivano da dove ci sarebbero dovute essere le dita, e la
testa
ma non cera una testa, cera solamente un teschio scarnificato con
due fiammelle rosse che brillavano al posto degli occhi, e nientaltro.
Sembrava immobile, se non per le parti del mantello che si agitavano mentre si
avvicinava.
<Non credo ai miei occhi
> Era
raro che Dajog reagisse così di fronte a un potenziale nemico.
Si fermò proprio davanti a noi, a pochi passi di distanza, e per un lungo istante non si
mosse.
Le lame che gli spuntavano da dove sarebbero dovute finire le braccia baluginavano
alla fiamma instabile del nostro fuoco.
Poi improvvisamente lartiglio destro scattò verso di me; non mi aspettavo
quel colpo e solo la mia esperienza mi salvò la vita: lartiglio del mostro mi
colpì solo di striscio qui sulla guancia e questo "ricordino" è dovuto a
lui."
Il nano si toccò la cicatrice con la mano quasi a sottolineare quello che aveva detto e
unespressione di profonda tristezza si dipinse sul suo volto.
"Su vai avanti vogliamo sapere come lo sconfiggeste!"
"Si nano dicci come lo avete ucciso!"
Le grida degli avventori della taverna si fecero sempre più pressanti, tutti volevano
sapere come quel nano dalle mille risorse e i suoi compagni avevano battuto
quellabominio, e il fracasso aumentò nella taverna
finchè il nano parlò.
"Non lo abbiamo ucciso."
Un mormorio di voci sconcertate riempì la taverna a quelle parole.
"Non credo che si potesse uccidere ma non avevamo altra scelta
che provarci."
Il nano prese la sua ascia e vi si appoggiò: tre profondi graffi rigavano una
delle lame dallestremità fino al manico.
"Dopo che il mostro mi colpì i miei compagni si mossero di
scatto come se si fossero scrollati di dosso il panico che ci aveva attanagliati.
<Bastardo questa la pagherai, Dirt come stai?> Boldun menò un fendente con la sua lama che trapassò il torace
dellessere da parte a parte e Dajog lanciò dalle mani unite una cascata di fiamme
che colpì il mostro in pieno petto.
Due attacchi devastanti che avrebbero ucciso o perlomeno gravemente danneggiato
qualsiasi cosa, ma non fu così.
Il mostro sembrava non risentire affatto dei colpi subiti, il suo mantello non era
bruciato, ma almeno la lama aveva aperto uno squarcio su di esso
avrei preferito che
non lavesse fatto.
Tutti e tre riuscimmo a vedere attraverso lindumento: finalmente avremmo
visto cosa dovevamo colpire se ossa o carne.
<Ma cos
?> Dajog sgranò gli
occhi.
<Non è possibile> fu
lunico commento di Boldun.
Con nostro totale sgomento invece di vedere il corpo del mostro
rischiarato dalla luce del nostro fuoco vedevamo il bosco dietro di lui!
Quellessere non aveva corpo solido e sembrava resistere facilmente al fuoco.
Il nostro morale crollò e il mostro ne approfittò per attaccarci.
Colpì con un artiglio Dayog che poco dopo perse la sua consistenza materiale e
cominciò a essere risucchiato verso il non corpo dellla creatura, finchè non fu
inglobato; poi guardò intensamente verso Boldun.
Il guerriero si girò verso di me e mi puntò la spada al petto pronto a
trafiggermi, io reagii fulmineo e scartai di lato togliendomi dalla portata della sua arma
pronto a difendermi.
<Boldun che stai facendo sono io Dirt!!!>
Ma i suoi occhi non mi vedevano, sul suo viso non cera più alcuna espressione era
diventato una marionetta nelle mani della creatura.
Il mio animo era pervaso dallodio per quella creatura e dalla tristezza per il
combattimento che dovevo affrontare contro Boldun, che evidentemente non agiva di sua
spontanea volontà.
Incapace di attaccare colui che era stao mio compagno per tante battaglie attesi
che facesse la prima mossa.
Parai il primo colpo del mio amico ma il secondo andò a segno e mi trafisse il
bracco sinistro; preso dalla disperazione ruotai di fianco e scagliai con tutta la mia
forza lascia verso la testa del mostro.
<Prendi questo maledetto!>
Lessere parve ridere, se mai quel teschio avesse potuto esprimere qualche
sensazione.
Lascia fu bloccata da un movimento fulmineo degli artigli e di nuovo fu
scagliata, ma questa volta il bersaglio ero io.
Mi tuffai più in fretta che potei alla mia sinistra e evitai facilmente la mia
fedele ascia da battaglia
che si andò a conficcare nel petto di Boldun che in quel
momento era proprio dietro di me con la spada alzata pronta a colpirmi.
<Nooooo! Boldun anche tu
> Guardavo con orrore quella
scena di morte: di Dayog non cera più alcuna traccia, Boldun era stato ucciso
dallarma di uno dei suoi miglior amici e io
imbecille che non sono altro per
osservare il mio amico che si accasciava al suolo con uno sguardo incredulo negli occhi
avevo abbassato la guardia!
Il mostro agì fulmineo e gli artigli mi dilaniarono i petto.
Caddi a terra esanime convinto che il ghigno orribile di quella creatura sarebbe
stata lultima cosa che avrei visto e poi svenni.
Mi svegliai parecchi giorni dopo in un villaggio, nella casa di un cacciatore che mi aveva
trovato vicino al corpo di Boldun e mi aveva raccolto probabilmente la mattina seguente
allo scontro.
Secondo lui non cerano tracce ne del mostro ne dei forzieri che portavamo con
noi.
Cera solo il corpo di un guerriero trafitto da un ascia di un nano.
Lui aveva seppellito il guerriero e preso con se lascia e me per portarci a
casa sua.
Non mi fece mai domande su quello che era successo, solo mi restituì lascia
e mi permise di rimanere da lui finché non mi fossi ristabilito."
Il nano fece per alzarsi e andarsene ma fu bloccato da unultima voce.
"Perché il mostro non ti ha ucciso vecchio?"
chiese uno dei presenti
"Forse credeva fossi morto
o forse preferiva lasciarmi
vivere sapendo così che la paura che aveva generato sarebbe sopravvissuta molto a lungo:
ogni notte lo avrei sognato e chiunque mi avesse visto mi avrebbe chiesto di questa
cicatrice. Forse era sicuro che così il ricordo di Lui non si sarebbe estinto
allalba" e detto questo si sbottonò la camicia e lasciò che tutti
guardassero tre larghe cicatrici che gli solcavano il torace dalla spalla al fianco, bevve
il suo ultimo boccale riprese lascia e se ne andò.
Nessuno gli chiese altre storie, ne lui ne avrebbe raccontate più: un velo di lacrime
offuscava quei penetranti occhi color dellacciaio.
"Arrivederci." Fu lultima cosa che gli
sentirono dire.
Anche gli altri avventori se ne andarono, quella sera ormai nessuno aveva più voglia di
bere.
Darath
di Solace

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